LE DONNE DI P.S.Mancini La Figlia: Grazia Mancini a cura di Pompilio DOTTORE

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LE DONNE DI P.S.Mancini

La Figlia: Grazia Mancini
a cura di Pompilio DOTTORE
Grazia, (Grazina era il vezzeggiativo con cui la chiamava il padre) primogenita di Pasquale Stanislao Mancini e Laura Beatrice Oliva, nacque a Napoli il 16/1/1842. Ella ebbe il nome della nonna paterna (Grazia Maria Riola 1790-1863). Fu la prima di una prole numerosa: Laura e Pasquale ebbero undici figli di cui rimasero vivi quattro femminucce (Grazia, Rosina (Ninella), Flora ed Eleonora) e due maschietti (Eugenio ed Angelo).
Dopo gli eventi rivoluzionari del 1848 seguì i suoi genitori esuli a Torino per sfuggire alle persecuzioni della polizia borbonica ove, Massimo D’Azeglio, allora presidente del Consiglio dei Ministri, offrì al Mancini la cattedra di Diritto Internazionale all’Università di Torino.
A Torino, presso la scuola della signora Elliot, insegnava Francesco De Sanctis. La giovane Grazina l’ebbe come insegnante fino al suo trasferimento a Zurigo nel 1856, quando gli fu negata la cattedra all’Università. La giovanetta così commentò il fatto: “Torino non ha compreso il suo pregio, gli ha negato la cattedra all’Università e subito gli stranieri ne hanno approfittato”.
Benché lontano da Torino, Francesco De Sanctis ebbe un lungo epistolario con la giovanetta, la quale amava sottoporgli i suoi scritti per riceverne suggerimenti e ammonimenti: “…Le mie allieve mi son tutte care, né mi è possibile non dico di obliare, ma neppure di amare meno di prima la mia buona Grazia, che mi ha date tante dimostrazioni di affetto.” “ …ho letto i tuoi versi….un’anima nobile scrive non per aver fama ed onori; scrive per dovere, per esercitare le sue facoltà; scrive per bisogno, per dare uscita alle sue forze rigogliose.”
Casa Mancini a Torino divenne il centro di aggregazione e confronto per intellettuali ed esuli politici. Tutta la famiglia partecipava con fervore al grande progetto di unità e libertà in cui il grande genitore credeva e per cui combatteva le sue battaglie.
In questo periodo Grazia annota in un diario ciò che accade intorno a se e nella sua famiglia, in un lasso di tempo che va dal 1856 al 1864, epoca in cui è ritornata a Napoli, che pubblica nel 1908 con il titolo di “Impressioni e Ricordi”.
Dapprima pubblicato a puntate nella rivista “Nuova Antologia” (fasc. 211, 212 e 214 febbraio-agosto 1907) con il sottotitolo “Giornale di una giovinetta”, poi dato alle stampe nella versione definitiva.
In queste pagine racconta, i progetti, le passioni degli esuli italiani, emigrati napoletani, come Antonio Scialoja ed il generale d’Ayala, che si riunivano in casa e a cui ella stessa alle volte assisteva mostrando interesse per le vicende politiche di cui si discuteva animatamente.
Parla dei suoi sogni, delle vicissitudini del padre, delle sorelle, della amata nonna e di come la società cambia velocemente in quegli anni tumultuosi.
Ma il diario offre anche uno spaccato della vita casalinga della famiglia Mancini ed in particolare del padre il quale si mostra nella sua veste di padre affettuoso, di marito attento, di uomo buono, onesto, incorruttibile e disponibile ad aiutare chiunque bussasse alla sua porte con ogni mezzo, rischiando a volte anche di persona.
Il 10 gennaio del 1859, Grazia, insieme alla madre, accompagna il padre alla seduta del Parlamento ed ascolta il celebre discorso del Re Vittorio Emanuele II “…non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi..”.
Conosce Carlo Poerio, Luigi Settembrini, Silvio Spaventa ed altri condannati politici napoletani: “babbo e mamma li conoscevano quasi tutti, ma per me erano eroi sconosciuti da romanzo, e li amavo e veneravo come si adorano i santi”.
Partecipa a Torino alle riunioni di un Comitato femminile presieduto della marchesa Anna Pallavicino Trivulzio dove si preparano le bende per i feriti degli insorti di Parma e Modena.
Segue con attenzione insieme alle sue sorelle e con la poetessa Giannina Muli, le vicende rivoluzionarie dell’Italia meridionale: “…la Sicilia è in fiamme, e il vessillo di casa Savoia, simbolo dell’unità della patria è inalberato a Palermo e a Messina! Napoli insorgerà anch’essa.”
Lo zio materno, Cesare Oliva, letterato e giornalista, pubblica, inizialmente a sua insaputa, sul giornale fondato insieme al patriota Emilio Celano, marito di Leonilde Puoti, le lettere che la giovane gli invia ed in cui descrive la situazione politica del Piemonte. Il mondo letterario conosce così la futura grande scrittrice.
Il 22 luglio 1960 conosce Adelchi Pierantoni(1), fratello di Augusto (suo futuro marito).
A fine ottobre dello stesso anno, dopo il lungo esilio la famiglia Mancini ritorna a Napoli, ormai garibaldina, dove è accolta trionfalmente. Grazia annota nel suo diario l’incontro con Garibaldi, a Caserta : “…mi ha baciato sulla fronte…si è fatto tagliare una piccola ciocca di capelli, ha permesso che un suo seguace ci donasse un pezzettino della camicia rossa da lui indossata alla presa di Palermo”.
A Napoli incontra altri patrioti, come Luigi Fabrizi e Carlo Poerio, con il quale Grazia stabilisce un duraturo rapporto di amicizia.
Finalmente, il 14 novembre abbraccia la cara nonna: “…una signora piccina, vestita di nero, mi ha levato in viso due occhi chiari, grandi….due occhi simili a quelli del babbo…il mio cuore ha gridato: è lei! e le ho gittato le braccia al collo..”
Il padre deve ritornare a Torino per gli obblighi di governo lasciando la famiglia a Napoli. Grazia, in una delle tante riunioni culturali che si tengono a casa sua conosce Augusto Pierantoni, suo futuro marito.
A fine ottobre 1861 è a Torino. Tornerà ancora a Napoli, saltuariamente, per accudire la nonna paterna ammalata, fino alla sua morte (20/6/1863). A Torino collabora con la Rivista Contemporanea e scrive componimenti brevi e commedie.
Il 16 gennaio 1868, in Firenze, Grazia Mancini sposò Augusto Pierantoni, figlio di Enrico e Flavia De Sanctis-Ricciardoni, di Chieti, entrambi di cospicue famiglie abruzzesi.
Augusto Pierantoni a 25 anni, era già professore di diritto internazionale alla Università di Modena poi deputato dalla XII legislatura. Aveva fatto la campagna del 1866, quale volontario in artiglieria, agli ordini del fratello Adelchi, allora capitano.
1 Adelchi Pierantoni, generale dell’esercito piemontese e aiutante di campo prima di Vittorio Emanuele II e poi di Umberto I. Divenne cognato di Grazia per aver sposato la sorella Rosina. Morì in Roma, tenente generale, il 23 febbraio 1898.
Dal loro felice matrimonio, nacquero tre figli: Beatrice, Riccardo e Dora.
Beatrice ricordava, nella bellezza e nel carattere dolce e poetico, la nonna materna. Ella giovanissima, andò sposa del barone Girolamo Monti di Brescia, il 15 ottobre 1894.
Dopo lunga e penosa sofferenza perde l’affetto della madre, che si spegne il 17 luglio 1869 in Firenze nella villa Niccolini, fuori Porta S. Gallo.
Il 26 dicembre 1888 perde anche l’adorato padre che si spegne nella Reggia di Capodimonte in Napoli, messa a sua disposizione da Umberto I, suo discepolo: “…L’agonia, un po’ agitata è cominciata ieri mattina, alle nove: tutta la famiglia era nella sua stanza. Egli ha reso l’ultimo respiro alle 10,55 e subito dopo la morte la fisionomia sofferente si è rasserenata e ha acquistato l’augusta calma dell’ultimo riposo. Piamente la figliuola Grazia Pierantoni Mancini ha voluto chiudergli gli occhi.”
Augusto e Grazia Pierantoni, da Napoli, si trasferirono in Roma verso il 1880.
La loro casa a via Magenta esercitò un ruolo culturale importante nella capitale divenendo il salotto per intellettuali, politici e personalità di rilievo della cultura italiana ed europea. Appassionata alle vicende politiche e particolarmente sensibile alle tematiche sociali prese parte ad ogni opera benefica e di evoluzione intellettuale.
Decorata con la medaglia d’oro dei benemeriti della Romania da Carlo I di Romania, fu tra le prime fondatrici della Società per la Coltura della Donna, presieduta da S. M. la Regina Margherita. Fu Ispettrice delle Scuole femminili di Roma. Fu una delle fondatrici dell’Istituto per le ragazze disoccupate, per i minorenni condannati, e della Società « Soccorso e Lavoro » ed ebbe dal Ministro della P. I. la medaglia d’argento come benemerita dell’istruzione popolare. Fece parte dei Comitati per doni di nozze della Principessa Margherita, del Duca di Genova e del Principe di Napoli.
Sin dagli anni di Torino aveva iniziato una intensa collaborazione con la Rivista Europea di Firenze, con La Nuova Antologia, Vita italiana e Natura ed Arte. Collaboratrice del periodico femminile Donna; traduttrice dall’inglese e dal tedesco di opere della letteratura per ragazzi e corrispondenti dì Nouvelle Revue.
I Pierantoni trascorrevano brevi periodi d’estate nella loro villa a Centurano (Caserta) ove divenne la benefattrice di quella comunità. Quando, verso il 1880, vi si recò la prima volta, non esistevano scuole comunali! Grazia, a proprie spese, vi fondò un Asilo e poi una Scuola di lavoro femminile ed un ricreatorio musicale. Per questo fu insignita della benemerenza della Pubblica Istruzione Italiana.
La quiete di Centurano ispirava Grazia nella sua vena di scrittrice e poetessa. Molte sono le opere composte durante le sue permanenze. Augusto Pierantoni fu assai fiero delle altissime qualità morali ed intellettuali della sua «Grazina», come soleva chiamarla sempre.
Da una cronaca dell’epoca si legge: “…In quell’autunno (1884) capitò a Centurano il Mancini. In suo onore fu organizzato un ricevimento al Circolo Militare di Caserta…. un vecchietto lindo, impomatato ed inamidato, cui tutti facevano la corte. Lo accompagnava un giovane poeta, ch’egli amava molto: Carmelo Errico…”.
Nel 1885 grande festa in tutta la Baronia: il suo figlio più illustre ritorna, dopo lunghissimo tempo a visitare la casa che lo vide nascere. Grazia è con il padre, per la prima volta mette piede in Castel Baronia: “… Castel Baronia per noi fanciulli era un mito, qualche cosa come la terra promessa per gli ebrei esiliati nel deserto. «E’ il paese dove sono nato» ­ci diceva nostro padre ­.
Nel palazzo di famiglia in Castel Baronia, ormai disabitato dalla morte della madre, ma mantenuto adorno ed ospitale dai fedeli coloni ed amici della famiglia Mancini, ella, dopo aver chiesto il permesso al genitore, ebbe modo di frugare negli archivi, tra le carte ingiallite preda ormai di muffe e insetti, ove scopre notizie importanti dei suoi avi. Sopratutto la sua attenzione cade su alcuni fogli che contengono una Platea e le memorie di un suo antenato: Gian Battista Mancini.
Il padre, che conosceva quel manoscritto da bambino, le chiede di averne giusta considerazione e lei, per adempiere a quella promessa, le pubblica sulla rivista La Nuova Antologia, (1889, fasc. mag-giu) con il titolo “Memorie di G. B. Mancini”.(2)
La sua attività letteraria è dedicata alle lotte sociali e politiche per il bene della Patria unita e sopratutto all’emancipazione femminile.
Grazia sostenne sempre ogni progresso della donna; educò da se i propri figliuoli e fu orgogliosa di trovare nella vita domestica la compagnia più congeniale al suo essere. Ella asseriva che: “… solo la rettitudine, la saggezza e l’onestà assorbita nell’ambiente familiare possono apportare al paese il coefficiente morale che in qualsiasi campo della vita pubblica richiede uomini retti, colti ed onesti.”
Tutta la vita di Grazia è improntata alla valorizzazione, l’istruzione e importanza del ruolo della donna nella vita familiare, politica e di rappresentanza civile. Ogni suo scritto, ogni sua opera è mirata a questo scopo. La famosa “Rivista europea” a cui collaborava anche Augusto Pierantoni, pubblicava al suo interno una rubrica fascicolata intitolata “Rivista dell’istruzione femminile” per lungo periodo firmata dalla Mancini. Questa rubrica riportava le affermazioni nei vari campi (premi, riconoscimenti vari, lauree, i risultati nel campo delle scienze e delle arti, ecc.) dell’universo femminile. Essa doveva essere di stimolo a tutte le donne affinché si impegnassero ad uscire dall’emarginazione e dall’ignoranza in cui erano tenute dallo strapotere maschile.
Anche la narrazione delle lotte per l’indipendenza della Patria riportate in “Impressioni e Ricordi” mettono in luce il ruolo svolto dalle donne all’ombra dell’eroismo dei martiri combattenti, sostenendoli nelle idee, confortandoli, e, intonando conti ed inni patriottici, cucendo bandiere e bende per i feriti.
Ma non solo attraverso gli scritti Grazia è impegnata nel sostengo e nella battaglia per l’emancipazione delle donne, ella intraprende delle azioni pratiche di pura filantropia con la istituzione e mantenimento a proprie spese di progetti sociali in cui è curata l’emancipazione della donna. Così scrive della condizione femminile nelle zone rurali: “ Colà le donne anche ricche e di nobili famiglie non seggono a mensa, e se babbo qualche volta ha domandato per grazia di conoscerle ha ricevuto la risposta che non si usa. Nelle famiglie più modeste la moglie e le figlie servono a tavola, curano le faccende di casa, e non seggono mai innanzi i loro padroni e signori…. Babbo, così galante e ammiratore del bel sesso, non sa darsi pace di tale stato di cose. Nelle altre regioni italiane la donna è uscita da un pezzo da tale stato di servitù e avvilimento, ma purtroppo gli usi, le leggi la conculcano dovunque!”
Ed eccola allora scendere in campo in modo pratico con la fondazione di un asilo infantile e di una Scuola per il lavoro femminile in Centurano (Caserta), la partecipazione alla fondazione della Società per la Coltura della Donna, il ruolo di Ispettrice delle Scuole femminili di Roma, fondatrice
2 Benedetto Croce, l’anti irpino e sopratutto l’anti Mancini per eccellenza, nel 1934, a vent’anni circa dalla morte di Grazia Pierantoni-Mancini ed a quarantacinque dalla pubblicazione delle “Memorie”, va a rileggere lo scritto e, senza documentarsi, senza motivo alcuno, in modo arbitrario e cosciente che nessuno avrebbe potuto o avuto interesse a contraddirlo, in una nota critica intitolata: Una falsa autobiografia secentesca e un grande capitano italiano mai esistito, edita su “la Critica” serie III, anno. XXXII, fasc. II (20 marzo 1934), pp. 152-153, così scriveva: “Sembrerà enorme che un uomo come il Pasquale Stanislao Mancini, un gran giurista, che poteva ben vantarsi che la storia della sua famiglia cominciava da lui, cadesse in siffatte puerilità e non rifugisse da così dissennato oltraggio alla verità storica: sembrerà strano, ma solo a chi non conosce i prodigi che fa compiere agli uomini, ancorché serii e probi per altri riguardi, la mania familiare e nobiliare”.
In sostante il Croce asseriva che lo scritto era da addebitarsi a P.S. Mancini giovane, negli anni trenta dell’800.
Stoccata inutile e gratuita in quanto l’eccelsa figura di Pasquale Stanislao Mancini, nobile di famiglia, e riconosciuto da tutti eroe nazionale, non poteva certo trarre vantaggio e fama da questa pubblicazione, oltretutto postuma.
Oltretutto il personaggio G.B.Mancini è realmente esistito e ben poteva il Croce, prima di spargere inutile fiele, documentarsi sulle reali vestigia del condottiero Castellese.
Giovan Battista Mancini, al secolo Gianbattista, Francesco, come rilevasi dal Registro dei battezzati (1604 -1662) di Santa Maria delle Fratte in Castel Baronia (AV), era nato il giorno 11/6/1634. Sesto di otto figli nati da Domenico Mancino (figlio di Gian Camillo e di Marchesa Adelaide di Ostuni) e da Livia Lombardo. Morì in Castel Baronia il 1708.
dell’Istituto per le ragazze disoccupate, per i minorenni condannati, e della Società «Soccorso e Lavoro». Queste sono solo alcune delle attività poste in essere dalla Mancini. Ella che aveva di che vivere di suo, diceva che tutti i proventi che gli derivavano dai suoi scritti e dalle sue collaborazioni a riviste e giornali dovevano servivano per finanziare le iniziative umanitarie da lei promosse.
Ciò si rileva anche da alcune lettere inviate a Francesco Protonotaro il quale doveva saldare delle collaborazioni rese: “Ella sa che i pochi prodotti della mia letteratura vanno ai poveri ed è per loro che reclamo” “la prego pure di dire all’amministrazione di saldare ciò che ancora mi deve, abbisognandomi quella somma per il mio Asilo, che progredisce assai bene”.
Ma quando ormai i tempi sono maturi perché lei si dedichi a raccogliere i frutti della sua opera filantropica e si ritira per donarsi completamente alla famiglia, compiacendosi di vedere Bice ottima moglie e madre esemplare, Riccardo elevarsi nel campo letterario e politico, Dora umile, di eccelsa cultura e bontà d’animo, ecco che il destino crudele spazza via i sogni e la serenità.
La vita l’aveva già abituata alle sofferenze per la perdita di persone care: aveva visto morire, alcuni tra sue braccia, cinque tra fratellini e sorelline, aveva perso la madre, l’adorato padre e la cara nonna, ma quando sua figlia Bice fu strappata alla vita, brutalmente, il 22 novembre 1906, lasciando lo sposo ed il figlio nello sconforto, ella perse di colpo la voglia di vivere.
Da allora la salute di Grazia Pierantoni Mancini cominciò a declinare.
Poco tempo dopo suo figlio Riccardo fu travolto dal suo cavallo per una caduta durante la caccia alla volpe. Ne seguì una lunga malattia durante la quale, il 12 marzo 1911, mancò Augusto Pierantoni, suo devoto marito.
Per Grazia, sorretta soltanto dalla dolce Dora, fu straziante assistere alla lunga agonia di Riccardo, e quando la malattia ebbe il sopravvento, morì il 19 gennaio 1913, Riccardo portò nella tomba il cuore materno.
Da quel giorno Grazia Pierantoni-Mancini visse sprofondata nella sua poltrona, prostrata, spenta, davanti ai ritratti dei suoi cari.
Ritornò a Centurano con Dora ove ritrovò i ricordi di un passato felice e l’affettuosa accoglienza di tutta la gente per cui era stata sempre sincera amica e benefattrice. Alla fine di marzo la sua salute peggiorò e ritornò a Roma, ove si spense nel 1915
I funerali furono modesti, come la scrittrice desiderava, senza fiori, soltanto le rose bianche, fiori che lei prediligeva. Grazia Pierantoni-Mancini riposa insieme al marito Augusto Pierantoni ed al figlio Riccardo nella tomba gentilizia fatta costruire dallo stesso marito per la morte del fratello Adelchi Pierantoni.
OPERE
Poesia
Poesie, Bologna, Zanichelli, 1879 Nuove poesie, Caserta, Turi, 1888 Poesie, Torino-Roma, Roux e Viarengo, 1905
Novelle e prose
Valentina. Fiori appassiti, Milano, Brigola, 1879 Dora e altre novelle, Milano, Brigola, 1880 Dalla finestra, Napoli, Leonardo Vallardi, 1881 Un giornalista, Napoli, Morano, 1885 Donnina, Napoli, Pierro, 1892 Alla vigilia: 1858­1859, Torino, Roux Frassati e C., 1896 Donnina. Valentina. Per una Lettera. Minia. Il mio matrimonio. Melilla. Tra Madre e Figlio, Citta di Castello, 1901 Novelle umili, Catania, Giannotta, 1904
Diari e pagine autobiografiche
Impressioni e ricordi (1856­1864), Milano, Cogliati, 1908
Romanzi
Lidia, Milano, Ottino, 1880
Costanza, Roma, Loescher, 1887 La signora Tilberti, Città di Castello, Lapi, 1900 Tardi, Torino-Roma, Società Editrice Nazionale, 1907
Teatro
L’ ultima recita, Caserta, Tip. G. Nobile e C., 1884 Marito ed avvocato, Roma, Tip. Fratelli Pallotti, 1892 Matilde di Canossa, Roma, Cooperativa poligrafica editrice, 1904
Letteratura per l’infanzia
Teatro per fanciulle, Napoli, Morano, 1874 Commedie d’infanzia, Milano, Ottino, 1880
Scritti vari
Sul Tevere, Roma, Sommaruga, 1884 Dal Capo Bianco al Marocco. Avventure di Giacomo Riley, comandante del brik americano Il Commercio (1815), Firenze, Bemporad, 1904 Traduzioni: Charles Dickens, Il grillo del focolare, Milano,Treves, 1869. Poesie straniere, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1898
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